Un’opera interattiva e sorprendente, che invita lo spettatore ad agire e a diventare protagonista dell’installazione, conferendole quasi lo status di performance artistica di cui lo spettatore stesso diventa partecipe.
L’apertura dello sportello porta in primo piano due sensazioni: una visiva e una tattile. Il freddo gelido investe lo spettatore, portandolo a soffermarsi, con un che di patetico (nel senso etimologico di pathos, passione e sofferenza), sull’immagine che si presenta ai suoi occhi.
Il pane, simbolo che evoca la casa, il focolare domestico, la famiglia, e si ricollega alla simbologia dal retaggio cristiano di condivisione, fratellanza e sacrificio, quest’ultimo significato sottolineato dal gelo che il luogo scelto per l’installazione emana.
La scelta poi di avvolgere i panini in un velo ricavato dai tovagliolini della mensa (anche qui, un ready-made un po’ dada e di vago stampo realista-proletario) riporta in primo piano l’idea del velo per svelare, antico concetto, che ci rievoca ispirazioni di natura schopenaueriana.
Infine, non bisogna dimenticare l’elemento seriale: la proposta di sei panini (ancora una volta, riemerge la simbologia del numero 3, rafforzato e raddoppiato) messi in fila è una chiara critica alla società contemporanea, all’individualismo conformista e alla serialità dilagante.
Ecco il capolavoro che questa primavera la nostra artista del Meneghetti lasciò in uno dei freezer del collegio…
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Tutto iniziò sabato mattina, mentre io e la mia compagna di (s)venture eravamo a far la spesa al supermercato, con la fatidica domanda: “E se per domani preparassimo un bel dolcetto?” Insomma, il nostro pranzo domenicale doveva avere una degna conclusione.
Sabato sera, decidiamo di noleggiare un bel dvd. Non ci accontentiamo del solito film di cassetta, della solita commediola sentimentale, del giallo-pallido à la Jessica Fletcher.


Ipse dixit